Pubblichiamo la nota del WWF Friuli Venezia Giulia
Abituata a ragionar di stelle e altri corpi celesti, la simpatica prof. Hack non disdegna (v. l’intervista sul Piccolo del 27 agosto) una «soluzione» radicale al problema dello smaltimento delle scorie nucleari: lanciarle nello spazio. Idea non nuova, peraltro, anzi già proposta alcuni decenni fa, ma mai seriamente studiata in nessun Paese del mondo. Per ottusità? Forse solo per un soprassalto di buon senso. L’idea di trasformare lo spazio nella discarica anche delle porcherie nucleari prodotte sulla Terra (resti di satelliti, stadi di razzi e cianfrusaglie varie, sono già disseminate in orbita intorno al nostro pianeta) non pare proprio l’optimum. Si ipotizza di spedirle nello spazio «profondo», ma dove? E soprattutto come? Con astronavi come lo Space Shuttle? Vengono in mente gli incidenti catastrofici che hanno coinvolto due di questi mezzi. Con altri mezzi più avanzati? Prima bisognerebbe inventarli. Il vero problema, ammette la stessa Hack, è però quello dei costi. Già oggi, del resto, il Dipartimento Usa dell’energia stima che il costo dell’elettricità prodotta con il nucleare nel 2020 (data in cui dovrebbe entrare in funzione la prima centrale nucleare italiana secondo i programmi del governo) sarebbe superiore a quello di tutte le altre fonti, eolico compreso. Aggiungendo i costi dell’ipotetico smaltimento «spaziale» delle scorie, si arriverebbe a valori davvero… stellari!Dal «Libro Verde sull’efficienza energetica», redatto e divulgato dalla Commissione Europea, si apprende però che «il costo totale di produzione di un kilowattora di energia elettrica è circa il doppio del costo necessario per risparmiare lo stesso kilowattora». Inoltre, lo stesso Libro Verde attesta che a parità di investimento, quello nell’efficienza energetica crea da tre a quattro volte più posti di lavoro, rispetto a quello nella costruzione di centrali nucleari o convenzionali. Senza produrre, com’è ovvio, né inquinamento dell’aria, né scorie nucleari, né pericoli di incidenti catastrofici, né dipendenza da importazioni di combustibile (anche l’uranio per il nucleare «italiano» dovrebbe essere importato da Paesi come Russia, Niger, Kazakhistan, Uzbekistan…).Va aggiunto che, secondo autorevoli studi (APAT 1999, Politecnico di Milano 2007), il potenziale di risparmio nel settore elettrico in Italia supera il 40 per cento (!) dei consumi attuali.Ecco perché gli ambientalisti – affetti da inguaribile ottimismo sulle capacità razionali degli esseri umani – si ostinano a ripetere che la strada giusta è quella della razionalizzazione dei consumi e dell’efficienza energetica, mentre insistere sulla costruzione di nuove centrali (nucleari o convenzionali) conviene solo a chi l’energia elettrica la vende, ma non ai cittadini-utenti, tanto meno all’ambiente.Deprime perciò trovare anche la firma di Margherita Hack, in calce all’appello che una settantina di intellettuali, politici ed imprenditori hanno rivolto alcuni mesi fa al segretario del Pd, Bersani, affinché schieri il suo partito a favore del rilancio del nucleare in Italia.Tutto ciò premesso, attendo con ansia il prossimo libro della prof. Hack sull’astrofisica.
Dario Predonzan
Responsabile energia e trasporti Wwf Friuli Venezia Giulia







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