“Druse Mirko” era il contadino sloveno carsolino (“L’Uomo dell’Altipiano”), creato nel 1948 da Lino Carpinteri (“Ruben”) e Mariano Faraguna (“Angelicus”) per “La Cittadella”, giornale satirico che usciva come supplemento del lunedì del quotidiano locale “Il Piccolo” allora di orientamento fortemente nazionalista italiano e anti-sloveno (la fotografia dei due autori è tratta dal sito “informatrieste.eu”). “Druse Mirko” era nato in realtà come “Mirko Drek” (letteralmente “Marco merda”. Si può ben comprendere perchè fu considerato – e ancora viene considerato – molto offensivo dalla comunità slovena.
Il cognome oltraggioso del personaggio, simbolo dell’antislovenità di tanta parte dei triestini, venne già eliminato in un libro uscito nel 1954 anno in cui, con il ritorno dell’Italia e il periodo più difficile del dopoguerra lasciato alle spalle, il personaggio del contadino carsolino non aveva, forse, più ragione di esistere: fece ancora delle sporadiche comparse fino al 1957 circa. Le prime poesiole apparvero su “La Cittadella” l’ 8 maggio 1948. Da allora i suoi versi seguirono i principali avvenimenti cittadini.
Le poesiole furono poi raccolte in libriccini (edizioni “La Cittadella”) che, ancora dopo, vennero raccolte in un libro dal titolo “Druse Mirko, opera omnia, per omini e anche per done”. Le poesie erano illustrate dai bellissimi disegni di Renzo Kollmann. Al di là del nome offensivo attribuito al personaggio, bisogna ammettere che è assai gustoso il ”pastiche” linguistico italo-sloveno.
Mirko era ovviamente comunista e ovviamente sposato: con Milka Pecenko (Milka Moja) che lo apostrofa sistematicamente con “Glava dura, ti ga visto che figura ?”. Si ignora – o almeno io ignoro – se avesse figli. La nascita di “Druse Mirko” è rivendicata da ben sette borghi del Carso (Oberlesece, Boljunz, Repentabor, Sesana, Prosecco, Opicina e Vodizze) così come quella di Omero lo era da sette città della Grecia, e nei suoi versi si possono rivivere in forma satirica tutti gli avvenimenti di quei travagliati anni di cui Mirko cerca di capire la logica e di spiegarla ai propri lettori. “Druse Mirko” è un contadinotto sprovveduto e ignorante, ma pieno di sé, come quelli che esistono fin dalla commedia greca. Parla un dialetto triestino misto allo sloveno, ora abbastanza difficile da comprendere nei minimi dettagli perfino da un orecchio triestino che abbia, appunto, meno di sessant’ anni. In tempi lontani forse gli sloveni del Carso parlavano davvero così. Dopo sessant’anni, se non è stato perdonato dagli sloveni e dagli italiani di sinistra, Druse Mirko può, almeno, essere nominato e viene finalmente citato nelle biografie di Carpinteri & Faraguna. Tanto per ricordare un episodio recente nel 1998, a ben cinquant’ anni dalla nascita del personaggio, Carpinteri e Faraguna vennero invitati dal Console di Croazia a Trieste a tenere una conferenza sulla loro cinquantennale carriera di giornalisti, scrittori e autori teatrali. La cosa suscitò tante proteste che il Console venne rimosso.
La questione delle origini di Druse Mirko trova fondamento nell’opera stessa che volta a volta nei suoi versi indica come proprio luogo d’origine paesi diversi: “Mi jè Mirko di Se sana / che vi conto e che vi scrivo…”, ma più oltre “Mirko jè di Monrupino / (Repentabor po taljanski) … “ e, poi, con evidente contraddizione, “… Mirko jè di Oberlesece / dove jè fiera di mus …”.
Ma vediamo come Druse Mirko rileggeva la “Genesi” (devo dire che a me ricorda un po’ la “Genesi” di Guccini…..):
“In prinzipio jera Verbo / (jera Verbo iregulare) / jera zielo, tera e mare / tuto quanto in hran mis mas / Jera pessi che svolava / e serpenti co le hambe / jera tante armente strambe / più cative di lion / Gà bastà una settimana / tuti a posto jè stai messi / vache in stala, mar per pessi / omo in tera e stele in ziel / ‘Ndove adesso jè Sacheta / jera bosco di paranze / no ghe jera minoranze / no ghe jera remitùr / Paradiso jera in tera / come spiega prete in Cesa / no ocoreva fare spesa / si gaveva tuto a puf / Ma no jera gnente gente / gnanche Jeva nè Judamo / Bog gà dito: “Li creiamo / con un pò di cacabùs” / E cussì, ‘ndove che adesso / li jè zirca via Murati / Jeva e Adamo li jè nati / e i ga dito “Doberdàn” / Questa storia conta Bibia / ma no ocori creder tuto / se in scientifico la buto / mi la spiego anca tacù”. E la spiegazione della “genesi” continua – ecco l’ odio e l’ offesa antisloveno – spiegando che in periferia e nel contado “jera pieno di gorila / e veliki orangutan” che poi “evolutisi” “le scuminzia a far persuto / e a cundir cibi con kren”. “Rangutani su di Greta / jera molto intelligenti / li saveva dir “jebenti” / “dobro jutro” e “kako jè”.
O come ricorda Trieste nel maggio 1945:
“Mi jè Mirko de Sesana / che par ordine di Tito / a Belgrado jè andà drito / con lincarico speziàl / Arivado di stazione / ‘ndove trapa gà zercado / trupa inveze gà trovado / che fazeva remitùr / Jera hran prequisizione / (perquisicija po taljanski) / i fermava tuti kranski / domandandoghe papir / Mi papir li gà mostrado / co’ i gà visto chi mi jero / jè vignudo mato in nero / che gà dito doberdàn / El mi gà parlà in oreria / “qva, tovaris, jè mareta / e jè tuti che ti speta / in Kommanda di zità” / Drentovia in Kommanda Mesta / su una carta i jera in sete / che meteva bandierete / ‘ndove jera insureziòn / No fidarte, druse Mirko / né di omo né di dona / che qva jè qvinta colona / contro Tito messa sù”







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