
Mercoledì scorso Bora.La ha incontrato Francesco Peroni nel suo studio di Rettore in piazzale Europa per un’intervista. Peroni, che ha fatto una carriera da studente a Pavia («per il suo modello di college sembra Oxford»), è stato confermato in primavera a capo dell’ateneo giuliano. A rivotarlo, come candidato unico, 529 dei 1037 (baroni e non) aventi diritto. Peroni ha 48 anni e dal 1998 è titolare della cattedra di Diritto penitenziario alla Facoltà di Giurisprudenza. Nel 2000 era direttore del Dipartimento di Scienze giuridiche, nel 2003 Preside della Facoltà di Giurisprudenza. Nel 2006, quando è stato eletto alla guida dell’ateneo giuliano, era il rettore più giovane d’Italia.
Enrico Maria Milič: Rettore Peroni, in un’ora di macchina abbiamo altre tre Università – Udine, Litorale e Nova Gorica – e i doppioni di corsi sono svariati. Qual è il vostro impegno su questo tema?
Francesco Peroni: Noi, tanto per cominciare, abbiamo chiuso tutti i doppioni esterni. Ad esempio scienze del servizio sociale a Pordenone è stata chiusa, tra l’altro non senza costi. Così sta avvenendo, sempre a Pordenone, per la sede di ingegneria che sta confluendo all’Università di Udine. Poiché non crediamo nella sensatezza dei doppioni e li combattiamo, li abbiamo chiusi. Risultato? La comunità pordenonese si è offesa, imbestialendosi e togliendoci i finanziamenti che alimentavano nell’ordine di decine di migliaia di euro quei corsi. In più mi sono ritrovato gli studenti pordenonesi a fare perno su Trieste, con un notevole impatto sull’edilizia e sulle strutture atte ad accoglierli. Abbiamo dovuto reperire sul mercato sale apposite, pagandole sonanti denari. Però metto in chiaro che non voglio fare la vittima e, se capitasse, tirerei ancora quel tratto di penna sul doppione.
emm: Parliamo dell’apertura della sede della Facoltà dell’Architettura a Gorizia. C’è stato un dibattito ben dipanato dal Piccolo in cui si è detto che la Fondazione aveva versato a suo tempo 750 milioni per finanziare la neonata Facoltà di Architettura.
La Fondazione ha investito per 5 anni negli stipendi dello staff, finito quel periodo l’Università si è fatta carico del prosieguo del rapporto con questa docenza già assunta a tempo indeterminato. Quindi il debito che noi abbiamo nei confronti della Fondazione CRTrieste è storico, mi guardo bene dal negarlo. Ma essa non è attualmente investitore sulla vita attuale della Facoltà di architettura, posto che i docenti reclutati a suo tempo sono ormai a libro paga dell’Università e che le strutture edilizie ospitanti sono quelle di cui si è sempre fatto carico il bilancio di Ateneo.
Per completare il quadro a Gorizia si va ad utilizzare un immobile di proprietà dell’Università, un caso più unico che raro per quanto riguarda la presenza dell’Ateneo nel patrimonio edilizio al di fuori della città. L’immobile goriziano è del resto poco utilizzato. Anche dal punto di vista della piccola intendenza la nostra operazione, una volta avvenuto il trasloco, e quando sarà a regime, avrà un impatto positivo in termini di risparmio sull’affitto di Sant’Anastasio.
emm: La conclusione implicita che mi viene da tirare è la seguente: i triestini hanno contribuito con questi soldi ma l’Università deve far quadrare i conti e i soldi son persi…
No, io non credo siano stati persi. Salvo che noi intendiamo che il fatto che un professore universitario pagato da una Fondazione debba essere incatenato alla città dove quest’ultima ha sede. Ma quand’anche fosse così, noi avremmo assolto la nostra missione nel tempo in cui la Fondazione ha pagato. La verità è che, su un piano un po’ più alto, bisognerebbe ricordarci che i corsi restano di Trieste, seppur con sede a Gorizia, e rafforzano anche la collettività triestina. Pur essendo un critico dell’espansione territoriale delle Università, ritengo questa operazione abbia portato ad un rafforzamento, sotto diversi profili.
emm: Qual è secondo lei l’incidenza dell’università sull’economia di Trieste?
L’Università, che in Italia è la massima produttrice di ricerca, fa ricerca di base che non ha immediata percettibilità sull’azienda e, non necessariamente, sull’azienda del territorio.
La nostra traduzione sul mondo economico è la parte della ricerca applicata che ha immediato riverbero. Qui qualche progresso c’è stato. Se guardassimo ad un indicatore, il numero degli spin-off – le imprese nate da idee, invenzioni e brevetti universitari – si noterebbe un’escalation non da poco. Mi pare oggi se ne contino 13, di cui 6-7 costituitosi negli ultimi 3 anni (il suo mandato, ndr). Sicuramente sono micro-imprese che non incidono in termini di domanda di forza-lavoro sul territorio, però possono avere sviluppi rilevanti, uno di questo è connesso alla Mitsubishi.
emm: Parliamo ancora di Architettura. Un’economista, Giacomo Borruso, è a capo della Facoltà come Preside. Guardando il cv di Borruso e le sue pubblicazioni non c’ho trovato niente da riferire all’architettura.
Beh lui è un’economista dei trasporti, quindi si occupa di infrastrutture, in un’ottica che può essere d’interesse a certe scienze della costruzione.
emm: L’opinione pubblica chiede che siano applicate politiche meritocratiche all’interno delle istituzioni pubbliche e quindi anche dell’ateneo di Trieste. Guardiamo all’estero: non c’è nessun economista che sia responsabile della Facoltà di Architettura. A Trieste è così, lei lo trova normale?
Lo trovo compatibile con il sistema italiano. Da noi le Facoltà sono comunità che scelgono il Preside per elezione. Parlo rappresentando un’istituzione: non potrò mai dirle che Borruso è inidoneo a fare il Preside; è statisticamente improbabile che lo faccia ma è consentito. E a me deve bastare che sia consentito…
emm: Altro caso concreto. Questa università ha ingaggiato Betina Lilian Prenz, Cecilia Prenz e Juan Octavio Prenz. Tutti ‘esperti’ di lingua e cultura spagnola. Evidentemente non è un caso di omonimia. Le devo chiedere perché non interviene su questi casi di nepotismo.
Le pongo una domanda: quale azione avrei potuto intraprendere?
emm. Lei ritiene che una situazione così sia eticamente sostenibile? Magari basterebbe una sua dichiarazione sulla stampa per tracciare un limite.
Se i nomi a cui si riferisce sono docenti di ruolo, la loro posizione si rifà a concorsi che sono agli atti incontestati in epoca in cui io non ho potuto sindacarli perché non avevo ancora iniziato il mio mandato. Dopodichè io non posso stabilire solo in base alla parentela se queste persone sono indegne all’insegnamento. Magari in questo caso che lei cita sono tutti e tre dei geni.
Mi rammarico del fatto che non abbia mai ricevuto informazioni dall’interno della pubblica amministrazione, dove non sempre la trasparenza è all’ordine del giorno e la disponibilità a denunciare dei casi sospetti manca, ma non ho il potere di rimediare ad un concorso che è corretto formalmente. Potrei sembrare “diplomatico”, ma queste sono le carte che ho in tavola. So benissimo che nel mio organico c’è una percentuale, probabilmente non banale, di soggetti improduttivi ma dal punto di vista ordinamentale non ho nessuna misura da attuare. Una volta che il professore che non produce è di ruolo diventa intangibile. E analogo si potrebbe dire per il personale tecnico amministrativo.
E’ emerso da più parti la grande riforma tabù in Italia è quella del pubblico impiego.
emm. Nella mia esperienza di laureato nel 2005 a Trieste, gli studenti stranieri venivano di solito dall’Africa e dall’ex blocco orientale. A Belfast, dove ho studiato nel 2007, gli studenti venivano da tutto il mondo. La domanda per iniziare è: potrebbe spiegare perché l’Università di Trieste è così poco attrattiva nei confronti dei giovani dell’Europa occidentale e del resto del mondo?
Io ravviso una principale causa di questa minore competitività italiana, non solo triestina. La riassumo nell’assenza di strutture ricettive adeguate per competere con paesi europei più avanzati. Questi ultimi offrono una serie di complessi e infrastrutture agli studenti tali da rendere più attrattiva la sede. Detto questo, noi abbiamo una percentuale di recettività che va sopra la media italiana, prova ne sono i numeri: tolte le università per stranieri (Perugia e Siena), la nostra città universitaria sia quella con il più elevato tasso di stranieri in Italia. Parliamo quindi dalla postazione italiana più avanzata dal punto di vista dell’internazionalità.
emm: Prendiamo la facoltà di Lettere e Filosofia che io ho frequentato a Trieste. Non saprei dire per che cosa si qualificasse in termini di eccellenza, sia a livello di ricerca che di didattica, rispetto a qualsiasi altro ateneo italiano. Mi meraviglia che non dica niente sugli stimoli didattici che l’Ateneo triestino potrebbe offrire ad uno studente straniero.
Esistono esperienze di particolare eccezionalità in questo Ateneo. Mi riferisco per esempio ai due curricula nel corso di laurea triennale in materia di Managment internazionale e innovazione della Facoltà di Economia. Un modello sul quale abbiamo puntato attraendo anche finanziatori esterni, nell’intendimento di favorire una formazione attrattiva per l’estero, internazionale e utile a formare quadri per questi grandi gruppi imprenditoriali, essenzialmente gruppi assicurativi. Questo modello ne segue altri che c’erano già in ambito di formazione internazionale come ad esempio quelli della Facoltà di Scienze.
Davide Lessi (dl): Se c’è una pecca che ho constatato a Trieste, da studente della specialistica in scienze politiche internazionali, è proprio questo tentativo di darsi nella forma un’ottica internazionale e poi essere scadenti nel contenuto e nei docenti incaricati a trasmetterlo. L’istituzione di questo corso specialistico in scienze internazionali mi sembra a posteriori un’etichetta per attrarre o far rimanere qualche studente in più nelle facoltà triestine…
Sicuramente nel mercato dell’Università esistono anche messaggi deboli, vale a dire confezionati a modo un po’ pubblicitario. Il punto certo è che una didattica internazionale seria richiederebbe una mobilità internazionale della docenza, cioè un interscambio che faccia venire, dall’estero, docenti di qualità in Italia. Abbisogna cioè di investimenti non banali. Non a caso ciò che si approssima all’orizzonte su questa linea è l’inizio del percorso di architettura a Gorizia che, in chiave anche qui più sensibile alla formazione contaminata dall’estero, nasce per un investimento significativo prodotto dalle realtà locali goriziane. Non dobbiamo nascondere che sovrintendere offerte formative di questa portata – che per forza impegna a contratti onerosi e investimenti congruenti – non è facile nella situazione finanziaria deficitaria in cui, ahimé, siamo precipitati da tempo.
emm. Insomma, se Lei dovesse dire qual è il filone scientifico in cui l’Università di Trieste si contraddistingue nelle pubblicazioni internazionali? So, per averla frequentata, che Lettere e Filosofia non potrebbe esserlo, perché i diversi docenti che conosco pubblicano solitamente in italiano…
Lei intreccia due piani, eccellenza e internazionalità. Premettiamo che ci sono delle discipline che hanno più necessità, o se vogliamo, inderogabilità del dibattito internazionale. Tra queste le scienze dure. Le scienze umanistiche variano. Detto questo, da noi ambiti come nano-tecnologia, scienze pure come la fisica, la chimica, alcune aree di medicina ad esempio la genetica…ma farei ingiustizia omettendo taluni. Comunque anche nelle scienze umanistiche, specifiche discipline come nel caso di quelle comparatiste nelle scienze giuridiche hanno, per natura loro, una vocazione internazionale; oppure e a ancora alcune discipline pubblicistiche di ambito sistemico come il diritto costituzionale, in cui abbiamo Sergio Bartole che è uno dei padri delle costituzioni dell’Est.
emm: Sa quanti professori hanno meno di 40 anni all’Università di Trieste?
So la media di età che è di circa 55 anni. Credo pochissimi sotto i 40 anni.
emm. A noi, da un dato di tre anni fa, risultano zero…
Non mi meraviglierei se fossi così.
emm: Come pensa di cambiare le dinamiche interne all’Università per quanto concerne il reclutamento della giovane docenza? Non può toccare i vari Consigli di Facoltà e quindi la discrezionalità dei professori che costituiscono delle vere e proprie lobby interne detentrici del monopolio nella decisione.
La smentirò con i fatti. Come Rettore ho reclutato solo ricercatori – mi pare 15, anche se è un dato da controllare – e 2 professori di ruolo, poi non ho più reclutato nessuno visto che dal 1 gennaio di quest’anno mi è vietato farlo. Sarò soggetto a questo divieto imposto dalla “legge” Gelmini, fino a che non scenderò sotto il famoso 90% del fondo di finanziamento ordinario. Cosa che non prevedo nei prossimi 20 mesi. Quindi sarò un Rettore che avrà reclutato solo ricercatori, fatta eccezione per 2 professori di ruolo. Finché ho potuto mi sono impegnato a svecchiare il corpo docente. Ovviamente con un’incidenza marginale, 15 su 180 sono impercettibili. Nell’unica volta che li ho reclutati…
Questi 15 ricercatori di cui parlo, erano tra i candidati a borse di ricerca provenienti in lotto da Roma come stanziamento della legge Prodi 2007. Per Trieste, abbiamo bandito un concorso che non è stato sindacato solo dal Consiglio di Facoltà, ma anche, e soprattutto, dalle “aree scientifiche”. Queste aree, raccogliendo i tratti di tutta la comunità corrispondente si sono espresse proponendo al Senato di affidare il posto della materia x al candidato y. Le Facoltà hanno sancito, di fatto, la scelta dell’area. Le Facoltà sono 12, le aree più o meno lo stesso numero, ma non vi è una corrispondenza nella mappatura. In quanto le aree sono trasversali e capaci di interpretare al meglio la politica della ricerca scientifica. Procedendo così, abbiamo voluto fare in modo che l’individuazione delle materie cui attribuire il posto di ricercatore rispondesse a politiche di sviluppo della ricerca scientifica dove questa è forte e, quindi, merita investimento.
dl: Lei, nelle vesti di Rettore più giovane d’Italia, da che parte si schiera nel conflitto interno alle Università, tra giovani ricercatori e ‘baroni’?
Se nello specifico stiamo parlando di avvicendamento generazionale sono stato tra i più convinti alfieri di questa politica di interscambio. Ricordo che in questo Ateneo abbiamo applicato una politica poco cara ai “baroni”: abbiamo pestato tanti calli autorevoli nella speranza di accelerare al massimo quella discesa sotto il 90% che nella mia ottica dovrebbe poter, riaprendo i concorsi, favorire uno svecchiamento.
dl: Ma il pre-pensionamento è avvenuto con delle misure contrattuali particolari. Mi corregga se sbaglio: i professori, qualora decidessero di andare in pensione, hanno la possibilità di insegnare a 100 euro lordi per ora. Mi risulta che un ricercatore che fa didattica, pur non essendo preposto a farla, prende circa 40 euro lordi che tirate le somme fanno 12 euro effettivi per ora.
Sì. Il riferimento che lei fa sul trattamento a 100 euro riguarda tutta la docenza di ruolo – compresi i ricercatori – che scelga di prepensionarsi. Quell’importo così elevato risponde ad una logica incentivante che è sempre iscritta nelle diverse azioni che noi abbiamo posto in essere per accelerare la fuoruscita. Diciamo ai colleghi: tutti voi che siete nelle condizioni di andare in pensione da vecchiaia – il che può corrispondere anche a prima del limite di 70 anni, e questo è un caso discrezionale che non può essere obbligato – sappiate che avete l’opportunità di avere o un contratto di didattica (per i professori) o un contratto di ricerca, quotato in chiave incentivante per stimolare il vostro esodo. Questo riguarda tanto i professori di ruolo (associati e ordinari) quanto i ricercatori, anche quest’ultimi possono prepensionarsi a certe condizioni e avranno lo stesso identico trattamento.
Diverso è il caso del contratto di docenza per ricercatori in ambito del quale noi retribuiamo didattica ulteriore rispetto a quella tabellare obbligatoria. Quindi se noi confrontiamo le due modalità di trattamento appare una forbice scandalosa (da 100 a 10 euro per un’ora di lezione, ndr). Ma considerando la diversa filosofia che sottende questi due trattamenti si capisce questa distonia. In un caso è un incentivo a prepensionarsi, nell’altro una retribuzione, che non c’era fino ad un anno fa, e che viene accordato a partire di quest’anno. Purtroppo ci spiace che sia così bassa e poco dignitosa, ma copre qualcosa che prima era 0.
dl: Nella mia esperienza universitaria ho incontrato dei ricercatori che mi facevano lezione, dicendomi che non era loro compito farla. A detta loro, ci stavano facendo un favore…
Esatto, era così.
dl.: Secondo lei è una cosa ammissibile?
Secondo me, è dovuta. Perché la legge dello stato mi obbliga a non far insegnare il ricercatore che non ha obblighi di didattica frontale. Il Parlamento della Repubblica nel 1980 ha stabilito che nessuna amministrazione universitaria può obbligare il ricercatore di ruolo a tenere lezioni. Queste possono essere offerte dietro preciso pagamento o dietro caritativo apporto. Con quest’ultima manovra abbiamo bonificato una situazione insostenibile: non è giusto che un’amministrazione conti sulla carità.
dl: La cosìddetta riforma Gelmini ha portato una politica di finanziamento che non va più su base storica – per cui si dava agli Atenei a seconda di quanto prendevano negli anni precedenti – ma su base meritocratica. Questo ha fatto insorgere parecchi Rettori, soprattutto nel Centro-Sud d’Italia. Lei come guarda a questa politica del governo?
Io ho sempre condiviso il principio di valutazione e sempre lo farò: non è possibile amministrare un’istituzione che eroga conoscenza senza dei criteri per valutarla, diversamente ciascuno vivrebbe di luce propria.
dl: Pensa il 10% sia abbastanza?
Viene annunciato come primo passo ma è auspicabile che cresca il finanziamento sulla logica dei risultati conseguiti…
dl: Non la vedremo più alla guida della mobilitazione studentesca? Durante le proteste dell’anno scorso, quelle dell’Onda, Lei è stato il protagonista convocando a fine ottobre l’assemblea degli studenti affinché si mobilitassero contro il decreto governativo. La mia impressione fu quella di un capo-azienda che aveva portato la sua forza lavoro, gli studenti, in piazzale a scioperare. Senza nulla togliere ai motivi della protesta, come spiega questa anomalia di un Rettore che coinvolge gli studenti nella mobilitazione? E’ stato un caso o aveva degli interessi nel farlo?
Darei una ricostruzione diversa. Il ruolo che mi sono dato come istituzione ispirata ai principi costituzionali è stato quello di tentare, in tutti i modi, che il dibattito sulle riforme e sui tagli all’università – reclamato da più parti e prescindeva dalla sola dimensione studentesca – fosse ospitato con i dovuti canoni democratici. L’Università ospita la critica per sua natura e sua missione. L’assemblea che ricordava fu ispirata da questa logica: essere un contenitore che includesse democraticamente tutte le voci, compresi gli studenti in minoranza che si erano schierati a favore delle riforme.
Non crederei in un conflitto d’interessi: chi regge un’istituzione di questo tipo regge una struttura di tipo critico; non fabbrico diplomi ma amministro un’attività libera che si esplica in diverse forme, delle volte impercettibili. Quella volta per la pressione sociale che si era creata ha avuto questo contenitore visibile nel piazzale qui sottostante.
dl: Mi pare che l’impeto dell’onda si sia spento. Valuta quei momenti come un insuccesso?
Gli esiti di un dibattito di questo genere sono affidati a piani troppo alti. Se si pensa che Piazzale Europa possa far cambiare una legge dello Stato lo ritengo improbabile. Non mi reputo un deluso di quell’esperienza, del dibattito fatto a Trieste in particolare. Ritengo che ci siano semi che germinano anche in tempi più lunghi, e che le coscienze hanno anch’esse un tempo lungo. E’ presto per dire che è stato sterile…
Per chi fosse interessato, è possibile scaricare l’intervista completa al seguente link.







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