Il grande Parco del Mare è stato giudicato un’impresa economica insostenibile dai privati. Ma anche un piccolo acquario rischia di essere un ente ‘succhia soldi’. A raccontarlo, su Bora.La, è un ingenegnere triestino che nei mesi scorsi ha curato uno studio di fattibilità per conto di una grande società milanese di investimenti immobiliari.
Lo studio che ha dimostrato la non-profittabilità del Parco del Mare ‘extra-large’ ha fatto sì che il cliente dell’ingegnere si ritirasse da un possibile investimento milionario sul progettato acquario triestino. Quest’analisi riguardava la versione ‘in grande’ del nuovo acquario, quella per cui il Presidente della Camera di Commercio, Antonio Paoletti, aveva ipotizzato 110 milioni di investimento e una sede dell’attrazione presso il mercato ortofrutticolo. Il cliente dell’ingegnere era una società che ha interessi in tutta Europa ed è proprietaria di locali dove risiedono centri commerciali, supermercati, interi stabili in zone prestigiose di Roma, Milano e Londra, tra le altre. L’analisi dell’ingegnere è stata prodotta prima delle ultime svolte nelle posizioni dei promotori del Parco del Mare triestino, che ora sarebbero orientati alla creazione di un parco meno ambizioso e, a quanto pare, di proprietà al 100% degli enti pubblici.
«Che valutazione ho fatto?», ci dice l’ingegnere. «Non tanto di stretto ritorno per la città, ma una valutazione per un cliente privato che è abituato ad avere rendite attorno al 5% annuo dell’investimento iniziale realizzato».
I RICAVI? SOLO DOPO ANNI E ANNI…
«Ho anche ipotizzato una quantità di investimenti pubblici veramente elevata. Ho analizzato il bacino di utenza e i casi di altri acquari e parchi di intrattenimento, a partire dall’Acquario di Genova. Nella mia analisi, i costi erano più onerosi delle più rosee delle ipotesi di entrate di danaro. Non è un caso che Genova abbia incominciato a fare utili solo negli ultimi anni». Ricordiamo che quell’Acquario è stato creato nel 1992.
«A Genova i debiti sono stati ripianati, per anni, dagli enti pubblici. Questo è drogare il sistema, perchè tanto arriva il papà che tira fuori i soldi».
IL PROBLEMA DELLE INFRASTRUTTURE
«Il privato che fa un’operazione ‘secca’ non può avere garanzie. Ci vogliono i soldi pubblici». Il discorso del coinvolgimento di un privato forse si potrebbe rivedere nell’ottica attuale, di un progetto ridimensionato. «I 110 milioni di Paoletti sono diventati 40, con lo spostamento del progetto dal mercato ortofrutticolo alle rive. Ma là subentra un altro aspetto: quello della gestione del flusso dei visitatori, che non può essere considerato come secondario. Generalmente, questi spazi dovrebbero avere delle strutture di accoglienza adeguate, per non scoraggiare chi arriva: tra le tante cose, vedi i posteggi. Vogliamo avere un Parco del Mare da un milione di presenze all’anno? Vuol dire che in un week-end avremmo sulle rive, di media, quattromila persone in più, ovvero qualche migliaio di auto in più presenti sulle rive. Bisognerebbe recuperare dei parcheggi in porto vecchio, ma là non è possibile».
IL CIRCOLO VIZIOSO DEL PARCO PIU’ PICCOLO
«Se si dovesse fare un intervento che guarda alla sostenibilità economica, e basta, bisognerebbe partire con un Parco piccolo, che pian piano si ingrandisce, sulla base di una strategia ben definita. Ma, ovviamente, un Parco piccolo rischia di non avere la risonanza del grande acquario che richiama tante persone». Entriamo in un circolo vizioso, in questo caso.
Il problema, spiega poi l’ingegnere, è che se non si ragiona con le logiche del mercato, l’intervento deve coinvolgere la città e le sue istituzioni pubbliche. «Gli enti pubblici potrebbero coprire le minusvalenze con denaro pubblico, giustificando l’operazione con il ritorno per la città». Queste considerazioni vanno anche messe accanto con le cifre presentate dall’Assessore Comunale Ravidà che ipotizza nei suoi calcoli economici, tra le varie cose, che ci dovrebbero essere ogni anno 40.000 cittadini sloveni a visitare il nostro acquario, acciocchè questo stia economicamente in piedi. In altre parole, vorrebbe dire che in dieci anni ci dovrebbero essere 400 mila persone a venire dalla Slovenia per l’acquario, equivalente ad un quinto della popolazione della vicina Repubblica. Credibile?
L’INDOTTO DI UN ACQUARIO: OCCHIO ALLA TIPOLOGIA DI TURISTI
«L’indotto è proporzionale alla quantità di persone interessate al prodotto e al bacino di utenza, che ad oggi mi sembrano ottimistiche. Ma va considerato anche il tipo di turisti che andremmo ad attrarre: Firenze e Venezia sono ormai invase da turisti ‘col panino in tasca’. Trieste ha la fortuna di essere praticamente vergine come grande città turistica e può prendere esempio su cosa non fare».
Ma quale potrebbe essere il target realistico di visitatori dell’acquario triestino? «Il nostro bacino di utenza è uno spazio che va dalle zone di Vicenza e Verona verso di noi e, quindi, l’Est Europa. Già oltre, a Brescia, penserebbero all’Acquario genovese come destinazione, invece che a quello triestino».







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